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Le proteine — quante, quali e quando

Quante proteine mi servono, di che origine, e c'è un momento giusto per mangiarle?

Vale per tutti e dueprova forte — RCT o meta-analisi concordanti

Sulle proteine circolano due paure opposte e nessuna delle due regge come viene raccontata: che facciano male ai reni di chiunque, e che «putrefacciano» nell'intestino. Intanto la cosa che funziona davvero — il quando — non la dice quasi nessuno.

Il quando: è la leva più forte, e costa zero

Attenzione a cosa è stato misurato davvero, perché qui la differenza conta: gli studi non sono su «un po' di proteine», sono sul siero di latte (whey) bevuto prima del pasto — quello che in letteratura si chiama premeal.

Un premeal di whey abbassa il picco glicemico di 1,4 mmol/L (IC95 −1,9 a −0,9), circa 25 mg/dL, e l'area glicemica di 0,9 deviazioni standard — entrambi con certezza alta, da 16 RCT crossover su 244 persone (PMID 37536867). Le dosi usate vanno da 4 a 55 g, e la dose correla con l'effetto; il calo è più marcato e più prolungato in chi ha il tipo 2 che in chi non ce l'ha.

Il quando viene dallo studio che l'ha applicato come abitudine: 15 minuti prima del pasto, 17 g di siero con 5 g di guar, due volte al giorno per 12 settimane in 79 persone con tipo 2. Lì l'effetto non si è esaurito: svuotamento gastrico ancora più lento e glicemia post-prandiale più bassa a fine studio (PMID 30520216).

Che un piatto ordinario con più proteine faccia lo stesso è plausibile ma non dimostrato da questi lavori: il meccanismo è quello del rilevamento intestinale delle proteine descritto nei meccanismi, ma i numeri qui sopra sono di una bevanda, non di una bistecca. Gli autori stessi avvertono che gli effetti a lungo termine restano da dimostrare (PMID 37536867).

È lo stesso meccanismo dell'ordine dei cibi: il rilevamento intestinale delle proteine fa partire GLP-1, CCK e PYY prima che arrivino gli zuccheri, e lo stomaco consegna più lentamente.

Due avvertenze pratiche: il preload aggiunge energia se non viene scalato dal pasto (55 g di siero di latte sono circa 210 kcal), e nel tipo 1 non è mai stato testato — lì il rallentamento dello svuotamento cambia i conti dell'insulina invece di semplificarli.

Il quanto: due numeri e un tetto

Mentre si dimagrisce: 1,2–1,4 g per kg di peso. Nel tipo 2 il rischio di sarcopenia è già aumentato di suo (OR 1,55; IC95 1,25–1,91), e tagliare le calorie senza proteggere il muscolo produce una persona più leggera e metabolicamente peggiore (PMID 34444908).

Dopo i 65 anni: 30–45 g per pasto, ai pasti e non fra i pasti — sotto quella quota la soglia anabolica non si supera (PMID 34444908). Insieme all'allenamento contro resistenza due volte a settimana, che è la parte non negoziabile.

Il tetto, che cambia tutto: con la malattia renale diabetica — finché non si è in dialisi — il riferimento scende a 0,6–0,8 g/kg (PMID 32737016). Non è una sfumatura: è il ribaltamento della raccomandazione precedente, e la soglia la fissano nefrologo e dietista sulla funzione renale di quella persona, non una pagina. Chi ha il diabete da anni fa controllare la funzione renale prima di alzare le proteine.

E attenzione a dove finisce quel tetto, perché in dialisi si capovolge di nuovo: lì le proteine vanno alzate fino a 1,2 g/kg, perché ogni seduta porta via amminoacidi nel dialisato (PMID 34444908). Il numero della restrizione nasce infatti per la fase prima della dialisi: la linea guida da cui viene distingue esplicitamente i pazienti in predialisi (PMID 32737016). Applicarlo a chi è già in trattamento sostitutivo spinge verso la malnutrizione, cioè nella direzione opposta a quella che si voleva proteggere.

Con un'onestà che va detta qui e non solo alla voce rene: quella restrizione è un valore di consenso, e la revisione Cochrane non le riconosce prove solide di beneficio. Quindi non è una soglia da imporsi da soli in nome della prudenza — soprattutto perché la nefropatia è il fattore più fortemente associato alla sarcopenia (OR 2,54; PMID 34904651), e tagliare le proteine a chi sta già perdendo muscolo può costare più di quanto renda.

Nel tipo 2 c'è anche un effetto misurato a peso invariato: portare le proteine dal 15% al 30% delle calorie abbassa la glicemia post-pasto di 2–5 mmol/L, perché la secrezione insulinica stimolata dagli amminoacidi resta intatta mentre quella stimolata dal glucosio declina (PMID 35266093). Con una sulfanilurea, però, vale una cautela — e la diciamo per quello che è, prudenza e non un risultato misurato: nessuno studio di questa pagina ha contato le ipoglicemie in chi alza le proteine mentre prende una sulfanilurea. Il motivo per misurare di più nei primi giorni è che due spinte insulinotrope si sommano, non che qualcuno l'abbia quantificato.

Il quali: la gerarchia della carne, per porzione

Su 1.966.444 adulti in 20 Paesi, 107.271 nuovi casi di diabete tipo 2, follow-up mediano 10 anni (PMID 39174161):

rischio di tipo 2
carne lavorata, ogni 50 g/die+15%
carne rossa non lavorata, ogni 100 g/die+10%
pollame, ogni 100 g/die+8%

Sono dati osservazionali — associazione, non causa — con eterogeneità alta. Ma la gerarchia è coerente, e la leva pratica che ne esce non è togliere: è sostituire. Nel CORDIOPREV, chi ha spostato le proteine verso l'origine vegetale aveva più probabilità di remissione, HR 1,71 (IC95 1,05–2,77) (PMID 36869909).

Sul cancro, per completezza: la IARC classifica la carne lavorata come cancerogena per l'uomo (Gruppo 1) per il colon-retto, la carne rossa come probabilmente cancerogena (2A) (PMID 26514947). Il Gruppo 1 dice quanto è solida la prova, non quanto è grande il rischio — è la confusione che ha fatto scrivere «il salame come il fumo» su mezzo internet.

Il meccanismo vero, e quello falso

Falso: la carne "putrefà" nell'intestino. La carne cotta viene assorbita per il 92% degli amminoacidi indispensabili prima ancora di arrivare al colon (PMID 30272112). E nell'unico RCT umano che ha cercato il danno da fermentazione proteica, i metaboliti salgono ma la catena non si chiude: nessun danno misurato (PMID 23285019). Con il limite che va detto proprio perché il risultato è rassicurante: quel crossover è stato fatto in volontari sani, non in persone con diabete.

Vero, e meglio quantificato: il ferro eme. Su 4 coorti prospettiche, il rischio di tipo 2 sale del 31% (RR 1,31; IC95 1,21–1,43) con l'eterogeneità a zero (I²=0%) — che per un dato osservazionale è notevole (PMID 22848554). Attenzione a non ribaltarlo in «riduci il ferro»: è stato misurato un rischio associato all'eccesso, non un beneficio della carenza.

Vero, ma di un'altra malattia: i composti N-nitroso. Seguono una dose-risposta quasi perfetta con la carne rossa (r=0,97) e non si formano affatto con la carne bianca (PMID 12421881). Qui c'è un errore da non fare mai: la verdura accanto alla bistecca non protegge da questo meccanismo. Su altre cose sì, su questo è stato misurato che no.

E il colpevole meno sospettato. In uno studio crossover ad alimentazione controllata, non è la proteina in più a peggiorare il profilo del colon: sono i carboidrati e la fibra che mancano accanto (PMID 21389180). Che è la ragione per cui una dieta iperproteica e povera di fibra è una cosa diversa da una dieta iperproteica e ricca di legumi.

Sul TMAO: la carnitina della carne rossa diventa TMAO più di 20 volte di più negli onnivori che nei vegetariani, perché serve un microbiota costruito da anni di carne (PMID 30530985). Ma l'esito misurato lì è cardiovascolare, non diabetico: nessuno di quegli studi mostra che il TMAO peggiori la glicemia.

Nel tipo 1 le proteine sono un problema di dosaggio, non di scelta

Contare i soli carboidrati non basta: grassi, proteine e indice glicemico modificano tutti la glicemia post-prandiale (PMID 25998293). In un RCT crossover su 26 persone col tipo 1 in microinfusore, un pasto da 50 g di proteine ha richiesto circa il 30% di insulina in più rispetto alla dose calcolata sui soli carboidrati, distribuita su più ore (PMID 32298501).

Quel numero è qui per far capire l'ordine di grandezza del fenomeno, non per essere usato: il margine è stretto e asimmetrico, e la maggiorazione si concorda col diabetologo. Vedi i pasti a coda lunga.

I latticini, in due righe

Fra i latticini lo yogurt ha il profilo migliore: −7% di rischio di tipo 2 ogni 50 g al giorno, su 42 studi di coorte (PMID 36047956). Con l'avvertenza che ormai conosci: quel numero misura la probabilità di ammalarsi in chi il diabete non ce l'ha, non il compenso di chi ce l'ha già. E prima di togliere il latte: circa due terzi degli adulti nel mondo malassorbono il lattosio, ma in Europa occidentale, meridionale e settentrionale la quota scende a poco più del 28% (PMID 28690131). Malassorbimento non è intolleranza: molti malassorbitori non hanno alcun sintomo a dosi normali, e togliere i latticini senza motivo sottrae calcio e proteine.

In pratica

1. Un premeal di siero di latte 15 minuti prima del pasto principale, scalato dal pasto e non in aggiunta. È la manovra misurata: 17 g due volte al giorno per 12 settimane (PMID 30520216), dose efficace fra 4 e 55 g (PMID 37536867). Con un piatto proteico ordinario il meccanismo è lo stesso, il numero no.

2. 1,2–1,4 g/kg mentre si dimagrisce, e 30–45 g per pasto dopo i 65 anni, ai pasti e non fra i pasti — insieme all'allenamento di forza, senza il quale il calo di peso porta via muscolo (PMID 34444908); tre volte a settimana nell'RCT che l'ha misurato (PMID 17876019).

3. Controllare la funzione renale prima di alzarle. Con nefropatia diabetica non ancora in dialisi il riferimento scende a 0,6–0,8 g/kg (PMID 32737016) e lo fissa il medico — sapendo che la restrizione proteica non ha prove solide di beneficio e che il rene è anche il fattore più associato alla sarcopenia (OR 2,54; PMID 34904651). In dialisi il verso si inverte: fino a 1,2 g/kg, per compensare gli amminoacidi persi nel dialisato (PMID 34444908).

4. Sostituire, non togliere: legumi, frutta secca e cereali integrali al posto della carne rossa (+10% ogni 100 g/die) e soprattutto di quella lavorata (+15% ogni 50 g/die) (PMID 39174161); spostare le proteine verso l'origine vegetale si associa a più remissioni (HR 1,71; PMID 36869909).

5. Se le proteine salgono, la fibra sale con loro: nello studio ad alimentazione controllata non è la proteina in più a peggiorare il profilo del colon, sono i carboidrati e la fibra che mancano accanto (PMID 21389180).