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Il terreno e il germe — la teoria pleomorfa, e cosa ne è rimasto

È vero che i microbi non causano le malattie, e che conta solo il «terreno»?

28 luglio 2026 · Il terreno esiste e oggi si misura. Ma non è quello che immaginavano, e i microbi non si trasformano l'uno nell'altro.

Dietro quasi tutte le regole che abbiamo verificato c'è una convinzione più profonda, che non è una regola alimentare ma una teoria della malattia. Chi ci scrive la nomina spesso: la teoria pleomorfa, il terreno, Béchamp contro Pasteur.

Non l'avevamo mai messa nero su bianco. È il momento di farlo, perché è la radice: se cade lei, si capisce meglio perché tante regole cadevano allo stesso modo.

La storia, in breve

Antoine Béchamp (1816–1908) fu il rivale sconfitto di Pasteur. Sosteneva che in ogni tessuto vivo esistano granuli elementari indistruttibili — i microzimi — capaci di trasformarsi in batteri a seconda dello stato dell'organismo che li ospita. Da qui la conclusione che rovescia tutto: il microbo non è la causa della malattia, è la sua conseguenza. Prima si degrada il terreno, poi compaiono i germi.

Pasteur sosteneva l'opposto — il monomorfismo: le specie microbiche sono stabili, e la malattia arriva da fuori. La medicina moderna, i vaccini e gli antibiotici sono nati da lì.

La frase che circola ovunque — «il microbo è nulla, il terreno è tutto», attribuita a Pasteur morente — non è mai stata documentata in modo attendibile. È quasi certamente apocrifa, e vale la pena saperlo prima di citarla.

Günther Enderlein (1872–1968), zoologo tedesco, portò l'idea alle estreme conseguenze in Bakterien-Cyclogenie (1925). Nel sangue di ogni essere umano vivrebbe un simbionte primordiale, l'endobionte, che a seconda dell'acidità del terreno risalirebbe un ciclo di forme sempre più aggressive fino a diventare un fungo (Mucor racemosus, Aspergillus niger). Da questa teoria nascono i rimedi «isopatici» tuttora in commercio, che dovrebbero far retrocedere le forme alte a forme innocue, e la pratica dell'analisi del sangue in campo oscuro.

Attorno, un piccolo pantheon: Royal Rife e il suo microscopio, Gaston Naessens e i «somatidi», Wilhelm Reich e i «bioni».

Dove sta Ehret in tutto questo

Non ci sta, formalmente. Ehret muore nel 1922; il libro di Enderlein esce nel 1925. Non ha mai scritto di pleomorfismo e non poteva.

Ma il suo impianto è lo stesso, e questo spiega perché le due dottrine si trovino sempre insieme: per Ehret i germi sono spazzini, non aggressori. Proliferano nel muco e nei residui perché c'è di che mangiare; toglier loro il substrato è tutta la terapia. È il terreno prima del germe, detto con altre parole.

Ed è esattamente da qui che nasce la sua condanna della carne: substrato per la putrefazione, acidificazione, terreno che scivola verso il basso. Chi ha letto La carne putrefa nell'intestino riconosce il filo.

Cosa non regge — e va detto senza giri

Il pleomorfismo nella versione Béchamp–Enderlein è falso, e non per una questione di scuole di pensiero: per sequenziamento.

Un'osservazione onesta è che l'errore è sempre lo stesso che abbiamo trovato nelle regole alimentari: hanno visto una variazione e ne hanno dedotto una trasformazione. Le forme nel sangue cambiano davvero aspetto; la conclusione che siano lo stesso organismo che si evolve è il salto logico. È la cagliata del latte che «avvolge il cibo», in versione microscopica.

Cosa invece sopravvive — e non è poco

Qui la questione diventa interessante, perché liquidare tutto sarebbe altrettanto pigro.

Il pleomorfismo ristretto è vero. Esistono batteri che perdono la parete cellulare e cambiano forma — le forme L — diventando difficili o impossibili da coltivare. C'è chi sostiene che proprio queste forme, scartate da decenni come detriti di colorazione nei preparati istologici, siano in realtà batteri stressati che persistono nei tessuti (PMID 20875345). Va detto per quello che è: un'ipotesi, non un fatto acquisito. Ma è la versione seria e argomentata dell'intuizione di Béchamp, e sta in letteratura.

Il dimorfismo dei funghi è vero e dipende dall'ambiente. Candida albicans passa in modo reversibile dalla forma a lievito a quella filamentosa, e la transizione è governata proprio dai segnali dell'ambiente ospite (PMID 34358008). Un organismo che cambia forma in funzione del terreno esiste sul serio. Solo che è un organismo solo, non una scala fra regni diversi.

Il «terreno» esiste, e oggi ha un nome. Si chiama microbiota, e su di esso c'è una letteratura meccanicistica seria (PMID 35105664). Non è un umore né un pH del sangue: è una comunità di specie, e cambia con quello che si mangia.

E si misura. Dopo la stessa dose di carnitina, gli onnivori producono più di venti volte il TMAO di vegani e vegetariani (PMID 30530985): non perché abbiano un sangue diverso, ma perché hanno batteri diversi, costruiti da anni di abitudini.

È il paradosso più elegante di questa indagine. L'idea di «terreno» aveva ragione — ed è stata confermata dalla stessa microbiologia che ha demolito la teoria costruita per spiegarla.

Perché la questione non è archeologia

Perché ha conseguenze concrete, e alcune gravi.

Chi crede che l'infezione sia solo il sintomo di un terreno degradato tende a rifiutare le cure che funzionano — antibiotici, vaccini, terapie — e a sostituirle con la correzione del terreno. Nel diabete la versione domestica è peggiore: rimandare l'insulina o la metformina perché «prima bisogna disintossicarsi». Non è una posizione filosofica. È un modo di arrivare tardi.

La lettura corretta è che le due cose non sono in conflitto. Il germe c'è e agisce; la suscettibilità dell'ospite — alimentazione, sonno, glicemia, microbiota, stato immunitario — decide quanto ti travolge. Un diabete scompensato è un terreno, nel senso più letterale: peggiora le infezioni e ne rallenta la guarigione. Su questo Béchamp e Pasteur avrebbero potuto stringersi la mano.

Come ne parliamo, qui dentro

È la regola d'uso che ci diamo, e vale anche per LEO quando questi temi vengono fuori in chat:

Cosa ci lascia

Béchamp aveva torto sul meccanismo e ragione sull'intuizione. È la stessa struttura che abbiamo trovato in dodici regole alimentari, ma alla radice: qualcosa di reale, osservato bene, spiegato con un'invenzione.

La differenza è che stavolta la scienza che ha demolito la spiegazione ha anche restituito l'intuizione, molto più forte di com'era. Il terreno non è un'idea vaga da opporre alla medicina. È un ecosistema di miliardi di organismi che cambia in base a cosa metti nel piatto — e che si può sequenziare, misurare e, entro certi limiti, modificare.

È molto più di quanto Béchamp avesse osato immaginare. Solo che va chiamato col suo nome.